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Lo Shodoka, il Canto del Risveglio, di Yoka Daishi 36 Vivere il tempo di un bambino con la calma di una antica montagna

Lo Shodoka, il "Canto del Risveglio" di Yoka Daishi, ci invita a una profonda riflessione sulla natura della nostra esistenza, culminando nel suggestivo appello a vivere con la spontaneità di un bambino e la saggezza imperturbabile di una montagna antica. Questo insegnamento, contenuto nella sezione 36, non è un mero invito alla nostalgia o a un'ingenua semplicità, ma una guida pratica per radicarci nella vera essenza della pratica spirituale, al di là delle sue manifestazioni superficiali.

Il testo introduce l'importanza cruciale di cogliere la "radice" e di non preoccuparsi eccessivamente dei "rami", ovvero delle manifestazioni secondarie. Questa metafora ha molteplici livelli di interpretazione nel contesto buddhista. La radice può rappresentare gli insegnamenti originali del Buddha, puri e inalterati, in contrasto con i "rami" che simboleggiano le innumerevoli scuole buddhiste (Zen, Vajrayana, Terrapura, Nichiren) e le loro diverse interpretazioni. L'essenza, dunque, risiede nella comprensione profonda dell'insegnamento fondamentale, piuttosto che nella mera adesione a una specifica dottrina.

Un'altra lettura vede la radice come la pratica diretta del Buddha Dharma, in particolare lo Zazen (meditazione seduta), mentre i rami sono le liturgie, gli insegnamenti orali e i riti. L'enfasi è sul ritorno all'insegnamento puro del Buddha, che non è un insieme di dogmi, ma un'esperienza da vivere. Oppure, la radice può essere intesa come la realtà assoluta o l'assoluto stesso, dove le distinzioni e i dualismi cessano. In questo senso, i rami sono i fenomeni transitori e le proliferazioni mentali che offuscano la visione chiara. L'autore dello Shodoka insiste sulla necessità di entrare nella "porta del non condizionato", una dimensione al di là delle costruzioni della mente.

Infine, l'insegnamento più pragmatico suggerisce di concentrarsi sulla radice della pratica stessa, senza preoccuparsi dei risultati, dei meriti, dei vantaggi o del prestigio sociale che ne possono derivare. L'idea è semplice ma profonda: se ci si dedica con autenticità alla radice, i rami – ovvero i risultati desiderati – si manifesteranno naturalmente, come una conseguenza inevitabile della pratica genuina.

Per illustrare questa capacità di cogliere la radice, il verso paragona la mente al riflesso della luna in un gioiello puro o un bacino di cristallo. Questo gioiello trasparente, o specchio, è la metafora dello Zazen. Lo specchio, nella sua essenza, riflette ogni cosa senza giudizio, accogliendo sia il "barbaro" (il non civilizzato, ciò che percepiamo come brutto o indesiderabile) sia il "civilizzato" (il bello, l'auspicabile) senza discriminazione. Sofferenza, malattia, salute: tutto è riflettuto in egual misura, poiché anche ciò che consideriamo bello contiene in sé la sofferenza dell'impermanenza. Per la mente che è come uno specchio, la bellezza e la bruttezza non esistono di per sé; sono le nostre discriminazioni umane a "macchiare" lo specchio della consapevolezza. Durante lo Zazen, la mente dovrebbe limitarsi a riflettere ciò che è presente, senza sforzo o giudizio sui pensieri che emergono, accogliendo sia la quiete che il "turbinio dei pensieri". La pratica stessa diviene un atto di "voto e pentimento": il voto di dimorare nell'esperienza del momento presente e il pentimento inteso come il continuo ritorno a quella presenza ogni volta che la mente si distrae.

Questa profonda pratica conduce a una percezione del tempo e dell'esistenza radicalmente diversa, che si esprime nelle immagini poetiche della spontaneità di un bambino e della calma di una montagna antica. "Il giorno si allunga con l'innocenza di un bambino": un bambino vive ogni momento con curiosità, meraviglia e gioia, allungando così la percezione del tempo. Questa esperienza contrasta nettamente con la percezione accelerata del tempo negli adulti, spesso intrappolati in routine sgradite o in ansie future. Vivere come un bambino significa abbracciare il presente con pienezza, trovando meraviglia in ogni istante.

Al contempo, "La calma della montagna ricorda i giorni antichi": la montagna, con la sua maestosa e millenaria quiete, simboleggia una saggezza che ha attraversato e inglobato ogni cosa. Rappresenta la permanenza e l'imperturbabilità, la capacità di rimanere radicati nonostante il fluire delle ere e il mutare dei fenomeni. Lo Zazen del Buddha, quindi, non è solo quiete, ma una sperimentazione vivida di ogni fenomeno come qualcosa di fresco, vivo e intrinsecamente bello, vissuto con dignità.

In questa sintesi, siamo invitati ad abbracciare la contraddizione stessa della nostra esistenza: la nostra fragilità e impermanenza che, paradossalmente, riflettono l'assoluto. La nostra piccola esistenza, come una goccia di rugiada, può riflettere l'intera luna, manifestando la meraviglia dell'assoluto in ogni singolo, prezioso istante. È in questa unione di innocenza spontanea e saggezza ancestrale che si manifesta la vera realizzazione dello Shodoka.