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Lo Shodoka, il Canto del Risveglio, di Yoka Daishi 35 - La freccia cade, il Buddha resta

Il "Canto del Risveglio" di Yoka Daishi, e in particolare la sua trentacinquesima sezione, intitolata "La freccia cade, il Buddha resta", offre un'illuminante prospettiva sulla natura impermanente degli eventi e sulla permanenza intrinseca della nostra vera essenza, la natura del Buddha. Questa profonda metafora della freccia che, una volta lanciata, inevitabilmente ricade, serve a illustrare la transitorietà di tutte le azioni e delle loro conseguenze, contrapponendola alla stabilità imperturbabile della realizzazione buddhica.

Il concetto di karma, una parola sanscrita che significa "azione", è centrale in questa riflessione. Spesso, nel linguaggio comune, il karma viene frainteso o semplificato eccessivamente, riducendolo a una sorta di destino predeterminato o di punizione divina. Si sente spesso chiedere "quando punisce il karma?" o "come si interrompe il karma?", rivelando una visione distorta che ignora la sua vera dinamica. Il "Canto del Risveglio" ci invita a superare questa interpretazione limitata. Il karma non è una forza esterna che impone una sorte ineluttabile, né un'entità che "punisce". Piuttosto, esso rappresenta la legge di causa ed effetto che governa il mondo condizionato. Ogni nostra azione, pensiero o parola genera delle conseguenze che, come una freccia lanciata in cielo, inevitabilmente torneranno a noi. Tuttavia, questa "realtà condizionata" dal karma non è la totalità della nostra esistenza.

Il testo sottolinea che anche il "buon karma", che porta a conseguenze positive e a rinascite favorevoli, non costituisce il fine ultimo del percorso spirituale. L'accumulo di meriti o di azioni positive, pur essendo benefico nel regno del condizionato, non conduce al Nirvana. Il Nirvana è descritto come l'estinzione completa di ogni karma, sia quello positivo che quello negativo. Non è un premio da guadagnare attraverso buone azioni, ma una liberazione radicale da tutto ciò che ci lega al ciclo delle rinascite e delle sofferenze, un'uscita dalla logica della "freccia che cade".

Per accedere a questa dimensione di libertà, la pratica di Zazen, la meditazione seduta, assume un ruolo cruciale. Attraverso Zazen, non si cerca di ottenere qualcosa o di evitare esperienze indesiderate. L'obiettivo è, al contrario, lasciare andare, abbandonare la presa sui pensieri, sulle emozioni e sulle identificazioni egoiche. Si tratta di sospendere il funzionamento dell'intelletto discriminante, quel continuo giudicare e categorizzare che ci tiene ancorati al mondo condizionato. Facendo questo, si dissolve l'illusione di dover "diventare" un Buddha. Il testo suggerisce che l'entrata nella "dimensione del Buddha" è un'esperienza istantanea, non un traguardo da raggiungere dopo anni di sforzi. È un riconoscere ciò che già siamo, la nostra natura intrinseca di illuminazione.

Un altro concetto fondamentale esplorato è quello di "non-azione" (Wu Wei), mutuato dal pensiero taoista ma profondamente integrato nel contesto buddhista. La non-azione non deve essere confusa con l'inattività, la pigrizia o l'apatia. Essa significa agire senza attaccamento ai risultati, senza che l'ego sia la motivazione principale delle proprie azioni. Significa compiere le proprie attività con "completa attenzione", essendo pienamente presenti nel qui e ora, senza farsi distrarre dai condizionamenti del passato o dalle ansie per il futuro. Questa modalità di agire, priva di attaccamento e di egoismo, è la via per manifestare la nostra vera natura e realizzare l'unità con il Buddha.

In definitiva, l'insegnamento cardine dello Shodoka è che non esiste una separazione intrinseca tra l'uomo comune e il Buddha. Siamo tutti, nella nostra essenza più profonda, Buddha. La vera fede consiste nel credere e riconoscere questa identità fondamentale con l'intero universo, al di là delle percezioni limitate del nostro ego. Sentimenti come la gelosia, ad esempio, possono essere un sintomo di una mancanza di fede nella propria intrinseca natura buddhica, un'illusione che ci fa sentire separati e mancanti. Mentre le frecce delle nostre azioni karmiche continuano a cadere e a generare effetti nel mondo transitorio, la natura del Buddha, la nostra vera essenza, resta, eterna e imperturbabile, un faro di consapevolezza e pace.