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Lo Shodoka, il Canto del Risveglio, di Yoka Daishi 2 - Il nostro corpo è il corpo del Buddha

Lo Shodoka, il "Canto del Risveglio" di Yoka Daishi, nella sua seconda sezione, ci svela una delle verità più radicali e liberatorie del Buddismo Zen: la profonda connessione tra il nostro corpo e la natura del Buddha. Questo verso non è una mera affermazione teologica, ma un'esortazione a riconoscere che il corpo del Buddha – il Dharmakaya – non è un'entità distante e trascendente, ma si manifesta pienamente nel nostro stesso corpo, nella nostra fragile e mutevole forma fisica.

Tradizionalmente, il concetto di Dharmakaya ha subito un'evoluzione. Nel Buddismo antico, esso rappresentava principalmente il "corpo degli insegnamenti" del Buddha. Dopo la sua morte fisica, ciò che rimaneva e continuava a guidare i discepoli era la sua dottrina, il suo Dharma. Erano i Sutra, le regole monastiche, le sue parole illuminate che costituivano il suo vero "corpo" immortale.

Il Dharmakaya nel Buddismo Mahayana e nello Zen

Con lo sviluppo del Buddismo Mahayana e, in particolare, dello Zen, il significato di Dharmakaya si è approfondito e ampliato. Non è più solo il corpo degli insegnamenti, ma una coscienza cosmica, l'essenza stessa della Buddità che permea l'intero universo. Il Dharmakaya viene identificato con la vacuità (shunyata), la natura fondamentale e interconnessa di tutta l'esistenza. In questa prospettiva, l'intero universo, in tutte le sue manifestazioni, è il Buddha stesso.

È qui che l'insegnamento di Yoka Daishi diventa particolarmente potente: il nostro corpo, nella sua impermanenza e nella sua apparente illusorietà, è Dharmakaya. Nonostante la sua fragilità, la sua vulnerabilità e la sua costante trasformazione, la nostra forma fisica non è un ostacolo alla realizzazione, ma la sua manifestazione stessa. La sua impermanenza, la sua mancanza di una sostanza intrinseca e fissa, è precisamente ciò che lo rende un'espressione del Dharmakaya, che incarna il dinamismo e la vacuità dell'universo.

La Meraviglia della Manifestazione

La meraviglia dell'esistenza e del movimento di ogni essere vivente, inclusi noi stessi, è una realizzazione diretta del Dharmakaya. Questo significa che non dobbiamo cercare un "corpo di Buddha" separato o perfetto al di fuori di noi. Il corpo del Buddha, il corpo dell'universo, si manifesta attraverso tutte le forme, anche le più fragili, le più timorose, le più smarrite e le più ignoranti che vagano attraverso i vari mondi del Dharma.

Non c'è un Dharmakaya a parte le forme. E non c'è vacuità a parte la forma. Questo è il cuore dell'insegnamento della forma è vacuità, vacuità è forma, una delle massime più celebri del Sutra del Cuore. Il nostro corpo, con tutti i suoi limiti e le sue esperienze, è la perfetta espressione di questa realtà interconnessa e in costante flusso.

Attraverso la pratica, in particolare lo Zazen (meditazione seduta), impariamo a dimorare pienamente nel nostro corpo, a sentire il respiro, le sensazioni, e a riconoscere la loro natura transitoria e vuota. Non ci sforziamo di trascendere il corpo, ma di integrarlo pienamente nella nostra consapevolezza, comprendendo che esso stesso è il luogo della realizzazione.

Questo insegnamento ci invita a un profondo senso di accettazione e riverenza per la nostra esistenza fisica. Non c'è bisogno di negare la nostra materialità o di aspirare a un'esistenza disincarnata. La Buddità è già qui, manifesta in ogni battito del cuore, in ogni respiro, in ogni movimento del nostro corpo. Riconoscere questa verità è il primo passo verso il risveglio.