Lo Shodoka, il Canto del Risveglio, di Yoka Daishi 33 - Condizionato e Non-condizionato
Lo Shodoka, il "Canto del Risveglio" del maestro Yoka Genkaku, nella sua trentatreesima sezione, ci introduce a una distinzione fondamentale nel pensiero Zen: quella tra ciò che è condizionato (in sanscrito, sanscrito) e ciò che è non-condizionato (asanscrito o mui in giapponese). Questa dicotomia non è solo una categoria filosofica, ma una chiave per comprendere la natura della nostra esistenza e la via verso la vera liberazione. L'insegnamento di Yoka Daishi ci spinge a superare gli sforzi vani e a riconoscere la completa realizzazione dell'illuminazione come un compimento intrinseco, non come il frutto di un accumulo esterno.
Il termine sanscrito si riferisce a tutto ciò che è creato, prodotto, frutto di lavoro o azione. Nel contesto buddhista, questo include concetti come i "meriti" che derivano da pratiche come la recitazione dei sutra, le offerte al Sangha, o altre azioni virtuose compiute con uno scopo. Questi meriti sono visti come cause che portano a risultati positivi, migliorando il proprio karma e la propria posizione nel ciclo delle rinascite (samsara). Viviamo quotidianamente immersi in questo mondo condizionato, dove siamo costantemente spinti a produrre, creare e acquisire. Le nostre identità, i nostri successi, persino le nostre sofferenze, sono in larga parte il risultato di condizioni e azioni. Siamo condizionati dalle nostre abitudini, dalle nostre credenze, dalle aspettative della società e dal continuo bisogno di definire noi stessi attraverso ciò che facciamo o possediamo. Ci si può chiedere, dunque, cosa ci condiziona veramente e se siamo mai veramente liberi in questo costante processo di creazione e acquisizione.
Al contrario, l'asanscrito (mui) è ciò che è non creato, non prodotto, ciò che non richiede sforzo e avviene spontaneamente. È la dimensione dell'essere intrinseco, al di là delle cause e degli effetti, dei meriti e dei demeriti. Mentre il condizionato è sempre in divenire, impermanente e soggetto a nascita e morte, il non-condizionato è la natura fondamentale della realtà, priva di origine e di fine, stabile e immutabile. L'illuminazione, in questa prospettiva, non è qualcosa che si "acquista" o si "produce" attraverso sforzi; piuttosto, è la realizzazione spontanea di ciò che è già presente. Non è un risultato da raggiungere, ma una verità da riconoscere.
Un esempio lampante del non-condizionato nella vita quotidiana è la pratica di Zazen, la meditazione seduta, come descritta da maestri come Dogen Zenji nel suo Bendoa. Dogen definisce Zazen come un "metodo supremo e incondizionato", caratterizzato dall'essere "senza spirito di profitto" (musotoku). Questo significa che Zazen non è una pratica finalizzata a produrre risultati esterni, come l'illuminazione come un oggetto da acquisire, o meriti per una rinascita migliore. Al contrario, Zazen è completo e realizzato in sé stesso. La sua essenza è la pura presenza, l'essere semplicemente seduti, senza cercare di ottenere nulla o di controllare l'emergere dei pensieri e delle sensazioni.
Infatti, Zazen è fondamentalmente un atto di "lasciar andare" il corpo e la mente. Si tratta di smettere di trattenere, di afferrare, di cercare di controllare l'esperienza. Questo può sembrare un "fallimento" agli occhi di una società moderna ossessionata dalla produttività e dal controllo, ma è proprio in questo "fallimento" che si apre la porta per dimorare nel non-condizionato. Abbandonando la presa su ciò che è condizionato, si rivela la natura incondizionata della consapevolezza stessa.
Una delle implicazioni più profonde della realizzazione del non-condizionato è la scomparsa della discriminazione. Nel regno dell'incondizionato, non c'è più distinzione tra "io" e "altro", tra "buono" e "cattivo", tra "illuminato" e "non illuminato". Citando un altro maestro Zen, si afferma che "tutti gli uomini senza eccezioni siedono in prima fila", intendendo che ogni essere umano è, nella sua essenza più profonda, un Buddha, indipendentemente dal suo status sociale, dalle sue condizioni o dalle sue azioni superficiali. Questa comprensione ci porta a un senso di profonda unità e meraviglia, dove ogni discriminazione scompare e si riconosce la sacralità intrinseca di ogni esistenza. Vivere nel non-condizionato non significa ritirarsi dal mondo, ma agire nel mondo con una mente libera da attaccamenti e illusioni, percependo l'unità di tutte le cose al di là delle loro apparenze condizionate.