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Lo Shodoka, il Canto del Risveglio, di Yoka Daishi 9 - La Polvere sullo Specchio

Lo Shodoka, il "Canto del Risveglio" di Yoka Daishi, nella sua nona sezione, ci presenta una delle metafore più celebri e significative del Buddismo Zen: la polvere sullo specchio. Il verso recita: "Dal principio, la polvere non è mai stata rimossa dallo specchio, ma oggi, il suo splendore deve assolutamente essere visto." Questa potente immagine ci invita a riflettere sulla natura della mente, sulle afflizioni (klesha) che la offuscano e sul processo di purificazione che porta alla realizzazione della nostra innata brillantezza.

La metafora dello specchio è centrale nel Buddismo, rappresentando la mente pura e pacifica, la nostra vera natura di Buddha. Uno specchio, per sua essenza, è limpido e riflette ogni cosa senza distorsione. Allo stesso modo, la nostra mente è intrinsecamente chiara e capace di percepire la realtà così com'è. Tuttavia, questa chiarezza è spesso oscurata dalla "polvere".

La Polvere delle Afflizioni

La "polvere" simboleggia le afflizioni mentali: i pensieri concettuali, le illusioni, gli attaccamenti, le avversioni, l'ignoranza, l'orgoglio, la gelosia, la rabbia, la paura. Sono tutti quei condizionamenti e quelle costruzioni mentali che si accumulano sulla superficie della nostra mente, impedendoci di vedere la realtà con chiarezza e di manifestare la nostra saggezza innata.

Questa metafora trae origine da una famosa storia Zen che coinvolge il Sesto Patriarca Huineng e il maestro Shenxiu. Shenxiu, un monaco erudito e rispettato, compose un poema che recitava: "Il corpo è l'albero della Bodhi, la mente è come uno specchio luminoso. Sempre con diligenza lo puliamo, e non permettiamo che la polvere vi si posi." Questo verso rifletteva una comprensione della pratica come un lavoro costante di pulizia per prevenire l'accumulo delle impurità mentali.

Huineng, un umile taglialegna illetterato ma dalla profonda intuizione, rispose con un verso che rivoluzionò la comprensione Zen: "La Bodhi originariamente non ha alberi, e lo specchio luminoso non ha supporto. Dall'inizio, non c'è una sola cosa, dove può la polvere posarsi?" Il verso di Huineng sottolineava il concetto di vacuità (shunyata), affermando che in ultima realtà non esiste un sé inerente o una sostanza fissa, e quindi, in un senso assoluto, non c'è "polvere" che possa depositarsi su un "non-specchio".

La Visione di Yoka Daishi: Oltre la Dualità

Yoka Daishi, pur essendo discepolo di Huineng e riconosciuto per la sua profonda illuminazione, offre una prospettiva che, a prima vista, sembra riconciliare entrambe le visioni. Il suo verso riconosce l'esistenza della "polvere" e del "specchio", ma il suo accento non è tanto sulla pulizia, quanto sulla visione dello splendore.

"Dal principio, la polvere non è mai stata rimossa dallo specchio..." suggerisce che, in un senso ultimo, la natura intrinseca della mente è sempre stata pura e immacolata. La polvere è una sovrapposizione transitoria, non altera la sostanza dello specchio. "...ma oggi, il suo splendore deve assolutamente essere visto" è un'esortazione a riconoscere questa brillantezza intrinseca adesso, nel momento presente, indipendentemente dalla presenza della "polvere". Non si aspetta che tutte le impurità siano rimosse per sperimentare l'illuminazione; piuttosto, l'illuminazione è la realizzazione che la brillantezza è sempre stata lì, anche con la polvere.

Purificare la Mente: La Pratica come Manifestazione

Questa apparente contraddizione tra le diverse interpretazioni della metafora dello specchio rivela una verità profonda del Zen: diverse verità possono coesistere. A volte, è necessario impegnarsi nella pratica con la consapevolezza della necessità di "pulire il proprio specchio" (eliminare le afflizioni). Altre volte, la realizzazione è che il "specchio" stesso, la mente, è in ultima analisi vuoto e perfetto nella sua vera natura, quindi non c'è nulla da pulire. La pratica, in questo senso, non è un mezzo per diventare Buddha, ma una manifestazione del nostro essere già Buddha.

La "polvere" delle nostre illusioni e sofferenze, paradossalmente, ci permette di riconoscere la necessità di una verità più profonda e di impegnarci nella pratica. È attraverso il contatto con le nostre imperfezioni che siamo spinti a cercare la via. L'atto di "pulire il proprio specchio" diventa così un processo continuo di rinnovamento, un costante ritorno alla purezza di ogni momento. Il mondo stesso, con tutte le sue manifestazioni di luce e ombra, gioia e disperazione, è l'antico specchio che riflette tutto.

Perciò, l'affermazione di Yoka Daishi che "oggi dobbiamo rivelare lo splendore dello specchio" significa riconoscere questa splendore intrinseco in ogni istante, in ogni respiro, in ogni esperienza. Non si tratta di attendere uno stato di perfezione assoluta, ma di vedere la perfezione che è già qui, anche in mezzo alle imperfezioni, e di lasciarla brillare attraverso la nostra pratica e la nostra vita.